Italiani brava gente                                                                    di   Alberto Buttaglieri

 

Chi era Ugo Foscolo? Mazzini? Pertini ? Ammesso che tutti lo sappiano,   quanti   ricorderebbero che per il loro impegno hanno rischiato la vita e sono stati costretti all’esilio, in altre parole sono stati rifugiati politici?   Certamente non hanno potuto godere della protezione prevista oggi dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo ma, per fortuna, non sono mancati  Paesi che hanno avuto il coraggio di accoglierli, praticando una solidarietà umana che ha comunque una inequivocabile connotazione democratica. Eppure erano altri tempi,  gravavano su di loro terribili accuse di terrorismo, pregiudizi ancestrali, drammatici condizionamenti economici.

Quanti rifugiati politici vivono oggi in Italia ? E in quali condizioni? Cominciamo con il constatare amaramente che il dettato costituzionale in materia di diritto di asilo è  ancora largamente disatteso: passata la breve stagione costituente, abbiamo assistito ad un lento ma continuo processo di insabbiamento della Costituzione che ha riguardato anche questa materia. Basti ricordare che la prima legge che prende  in considerazione l’asilo politico è la n.35/90, inserendolo all’interno delle problematiche immigratorie: per oltre quarant’anni il legislatore si è reso latitante e , ancora oggi,  manca una legge specifica in materia.

Non a caso l’opinione pubblica ha difficoltà a percepire correttamente la questione anche perché i mass media  la ripropongono solo  in occasione di conflitti diplomatici che coinvolgono il ns. Paese – tutti ricordano il caso Ocalan – perchè hanno come protagonisti personaggi di primo piano, oppure gettano i loro riflettori su crisi internazionali, certamente gravi  ma lontane, che non sembrano avere impatto immediato sulla realtà nazionale.

Pochi sono coloro che hanno avuto l’opportunità di riflettere sulla questione partendo da un’ esperienza diretta, a livello familiare o amicale, nel tempo libero o nell’ambito lavorativo e , solitamente,   la condizione del rifugiato anonimo non appare degna né di attenzione né di considerazione.

Così sulla percezione reale del fenomeno interferiscono, pregiudizi, ansie,   disinformazione, propaganda.

Se da una parte è convinzione comune che questi immigrati siano spinti nel nostro Paese per aver salva la vita e fuggire dalla fame e dagli stenti, non mancano quanti temono tra loro la presenza di terroristi e delinquenti. In molti  li considerano semplicemente clandestini alla ricerca di facili scorciatoie sulla via della legalizzazione, convinti che la maggior parte degli immigrati illegali faccia domanda di asilo ; in ogni caso la loro presenza finisce per accentuare la  competitività sul lavoro e minacciare l’identità nazionale.

Certo si tratta di posizioni minoritarie ma enfatizzate da una speculazione politica che gioca sui problemi reali e le insicurezze della gente, soprattutto i più deboli, e che finiscono per deformare  la portata del fenomeno.

 

In Italia sono presenti circa 20.000 rifugiati politici eppure negli ultimi 10 anni il numero delle domande di  asilo  è sempre stato superiore  alle 10.000 unità. Questo risultato perché solo pochi ottengono una risposta positiva : per via della complessità delle procedure e persino a causa  della loro  irreperibilità, conseguente alla precarietà delle  condizioni in cui vivono.

Nel 2005 solo il 6.2% delle domande ha trovato esito favorevole ; è  invece opinione diffusa che da noi siano più numerosi che nel resto d’Europa e che il nostro Paese sia troppo permissivo : in realtà in Francia  sono 150.000, 100.000 in Olanda, quasi 300.000 in Germania.

E’ risaputo che sono dissidenti, vittime di regimi corrotti e sanguinari, é scontato che per noi si tratta di difendere vittime di atroci persecuzioni, di sostenere e difendere i Diritti Umani là dove gli aiuti umanitari non bastano e le politiche di aiuto  al terzo mondo si sono rivelate assolutamente inadeguate, tuttavia la loro presenza continua ad essere associata a questioni di ordine pubblico.

 

Non solo, pur essendo quasi tutti d’accordo che è prioritario offrire un sostegno di tipo giuridico-amministrativo, indispensabile per affrontare il lungo e tortuoso percorso burocratico imposto per ottenere il riconoscimento della  condizione di rifugiato, pur restando fermo  che, comunque, occorre  garantire loro  un adeguato  inserimento sociale, quando, in concreto,  si tratta di  offrire corsi gratuiti di lingua italiana, di consentire l’accesso al lavoro, alla casa,  al welfare, aumenta il numero di quanti  vedono in loro degli opportunisti scrocconi da rispedire  nei paesi d’origine. Insomma l’assistenza non può essere negata ma l’integrazione è proprio un optional.

Forse che la pessima reputazione di cui gode una certa classe politica nostrana

grava pesantemente sulla loro immagine ?

Se  i contrari alla loro accoglienza sono una sparuta minoranza  le  diffidenze sono

molto più diffuse e radicate e si intrecciano con la sfiducia che  aleggia intorno  alla

burocrazia, in particolare nella pubblica amministrazione.

 

Certamente, nelle loro condizioni, nessuno di noi vorrebbe correre il rischio di

essere rimpatriato o detenuto per immigrazione irregolare né  potrebbe essere

sicuro di aver  scelto il Paese giusto per cambiar vita !  Ma questo è quello che

succede.

Il regolamento di attuazione  del 21 aprile del  2005 prevede  l’accoglienza  presso i

Centri di Identificazione, da dove escono solo dopo la risposta della Commissione, e

un Sistema di protezione per l’accoglienza di secondo livello con il compito di

accompagnare i loro percorsi di autonomia.

Se si ha la fortuna di superare il primo ostacolo, quindi di non essere rimpatriati, il

problema è che i tempi previsti per questi percorsi sono serrati  e uguali per tutti,

senza tenere conto in alcun modo dell’identità del richiedente.

L’accelerazione delle procedure di analisi delle domande, se da una parte ha dato

a pochi “eletti”  in tempi brevi un titolo di soggiorno  valido, dall’altra  ha fatto sì che

persone giunte in Italia da pochi mesi si trovino abbandonate a se stesse, senza

conoscere la lingua   né avere un minimo   orientamento ai servizi , quando

disponibili! E non è il caso poi di   parlare di quanti si vedono respinta la domanda

e vengono semplicemente rilasciati con l’ingiunzione di lasciare il Paese entro cinque

giorni!

Per gli addetti ai lavori, che conoscono la realtà dei richiedenti asilo e di chi riceve

    un permesso di soggiorno per protezione, è convincimento comune che  l’assistenza

    dovrebbe essere garantita fino al momento dell’effettiva autonomia.  

Ma è una posizione fortemente avversata da quanti vedono nelle politiche di

    accoglienza un peso per la spesa pubblica e non un investimento.

Dunque, integrazione si, ma possibilmente a costo zero, coniugando l’affermazione dei

principi con la loro sistematica negazione a livello pratico.

Un esempio? La vicinanza di un Centro di Identificazione non ha mai suscitato

particolari reazioni ; può rappresentare una modesta risorsa per un territorio.

Ma questo non vuol dire che non esistano problemi di integrazione, specialmente

quando assumono una rilevanza collettiva. In questi casi la xenofobia emerge in

tutta  la sua virulenza. Basti vedere le reazioni provocate dall’apertura di nuovi

templi.

Un esempio?Nonostante la libertà religiosa sia indiscutibilmente garantita dalla Costituzione Italiana e ampliamente rispettata  dalla vigente normativa europea in ossequio alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, a Genova, di recente, il quotidiano locale ha aperto  un sondaggio tra  i lettori  per conoscere se sono favorevoli all’apertura di una  Moschea.

Avrebbe avuto lo stesso coraggio se si fosse trattato  di una sede sindacale? Questo quesito sarebbe stato percepito come proponibile in un Paese democratico?

La possibile violazione della legge rientra nel campo dell’opinabile?

Visto l’operato dei mass media, la scuola proprio non  potrebbe fare di più?